Ogni anno, nel mese di giugno, per me è come una fine e un inizio. Sono rimasta agganciata ancora ai ritmi della scuola. L'inizio fa sì che senta la necessità di riordinare e buttare cose, vestiti e oggetti, e mi ritrovo a frugare in scatole e cassetti per mettere in ordine. Solo che a volte l'ordine è impossibile, così questi tentativi di sistemare le cose che sono insistemabili, si trasformano in struggenti amarcord. Passo dai biglietti dei concerti ai foglietti scritti a scuola, da appunti dell'università a foto recenti stampate e mai organizzate in album. E poi saltano fuori quelle cose che non ricordavo nemmeno più di avere, come ad esempio gli scatolini neri che un tempo custodivano i rullini delle macchine fotografiche, solo che ora contengono sassolini e conchigliette bianche e rosa raccolte in qualche spiaggia. E sento il richiamo del mare, perché quelle conchiglie a gran voce mi chiedono di essere ancora accarezzate dalle onde, perché appartengono al mare che solo può decidere il loro destino... E allora so che devo andare.
martedì 18 giugno 2013
sabato 25 maggio 2013
Piovve per giorni e mesi
Gabriel García Márquez, Cent'anni di solitudine
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L'ho letto in un libro
venerdì 19 aprile 2013
I siciliani non ammazzano di domenica.
I siciliani non ammazzano di domenica era inveci un possibile titolo di un libro che non era mai stato scritto da nisciuno.
Pirchì i siciliani la duminica vanno alla missa matutina con tutta la famiglia, po' vanno a fari visita ai nonni coi quali restano a mangiari, il doppopranzo si vidino la partita alla televisione e la sira, sempre con tutta la famiglia, si vanno a pigliare il gelato. Indove lo trovi il tempo per ammazzare a uno di duminica?
Salvo Montalbano in La pista di sabbia di Andrea Camilleri
domenica 7 aprile 2013
Il prossimo libro.
Subito dopo, il secondo tavolo per possanza mondana era quello di Melissa Turbo, nota bestsellerista nonché moglie dell'industriale dell'auto Flaviano Turbo, proprietario di squadre di pallacanestro, pallamano, pallavolo e altre palle. Melissa brillava rivestita da una frana di collane di diverso spessore, composite di perlone, perline, perloidi, ovoline, nocciole, chicchi, cannolicchi, provole, emisferi, granuloni e biglie. Sorrideva dietro un ventaglio su cui era riprodotta la copertina del suo prossimo libro, per il quale appunto le veniva assegnato il premio.
Prossimo stava per: non ancora scritto.
Da qualche tempo infatti si era deciso di premiare ogni scrittore prima dell'uscita del suo libro, con tre considerevoli vantaggi:
a) si eliminava l'ansia dell'autore (vincerò un premio o no?) e anche la tensione tra gli autori (lo vincerà lui o io?) dato che tutti venivano premiati prima.
b) si eliminava il faticoso lavoro delle giurie e soprattutto la fatica di leggere, lato quanto mai spiacevole del lavoro di giurato, mantenendone però gli aspetti culturali precipui quali il prestigio di essere in giuria e il pranzo finale.
c) si eliminava ogni polemica. Nessuno poteva dire: "Avete premiato un brutto libro" perché nessuno poteva averlo letto.
Per questo il clima tra gli Addetti ai Livori era disteso e sereno, e si intrecciavano brindisi mentre la giuria, seduta a un tavolo stracolmo di rose e rosbif, chiosava l'infelice situazione delle Belle Lettere nel nostro paese.
Stefano Benni, Baol (1990)
Prossimo stava per: non ancora scritto.
Da qualche tempo infatti si era deciso di premiare ogni scrittore prima dell'uscita del suo libro, con tre considerevoli vantaggi:
a) si eliminava l'ansia dell'autore (vincerò un premio o no?) e anche la tensione tra gli autori (lo vincerà lui o io?) dato che tutti venivano premiati prima.
b) si eliminava il faticoso lavoro delle giurie e soprattutto la fatica di leggere, lato quanto mai spiacevole del lavoro di giurato, mantenendone però gli aspetti culturali precipui quali il prestigio di essere in giuria e il pranzo finale.
c) si eliminava ogni polemica. Nessuno poteva dire: "Avete premiato un brutto libro" perché nessuno poteva averlo letto.
Per questo il clima tra gli Addetti ai Livori era disteso e sereno, e si intrecciavano brindisi mentre la giuria, seduta a un tavolo stracolmo di rose e rosbif, chiosava l'infelice situazione delle Belle Lettere nel nostro paese.
Stefano Benni, Baol (1990)
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domenica 31 marzo 2013
Non chiedete al mare del mare.
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| Ursula Le Guin |
Io credo che l'ultima persona a cui si dovrebbe chiedere di parlare della scrittura sia probabilmente lo scrittore. Se volete sapere tutto del mare, andate a chiederlo a un marinaio, a un oceanografo, o a un biologo specializzato nella vita sottomarina, e loro possono dirvi molte cose sul mare. Ma se andate a chiederlo al mare stesso, che cosa vi risponde? Con mareggi e sciabordii. È troppo indaffarato ad essere se stesso per sapere qualcosa di sé.
Ursula K. Le Guin, Il linguaggio della notte, citato in Storia delle mie storie di Bianca Pitzorno
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lunedì 11 febbraio 2013
Forse la quinta è l'idea buona. Intervista a Alejandro Dolina.
Dovessi raccontarvi come ho conosciuto Alejandro Dolina, dovessi. Ma non lo farò.
Ci metterei troppo. Riassumendo: un amico me ne parlò in Francia, nel 1998, e la prima volta che andai a Buenos Aires, assistetti al suo programma radio, La vendetta sarà terribile. Lo trasmettevano dal vivo dallo scantinato dello storico Cafè Tortoni. Non conoscevo la lingua, tutti ridevano alle battute e io fingevo di capire e di ridere. Ma non capivo niente. Due anni dopo, nel mezzo della crisi argentina, avevo imparato lo spagnolo, e tornai a intervistarlo, insieme alla mia amica Marialaura. Ancora non capivo benissimo i doppi sensi e i giochi di parole, ma tutto il resto lo capivo: ridevo, diciamo, al cinquanta per cento. Tre anni dopo, ci rincontrammo: io mi ero messa in testa di tradurre i suoi libri, volevo la sua approvazione. Me la diede. Peccato che non avessi un editore (e ancora non ce l'ho, se qualcuno è interessato, si faccia avanti, il lavoro è quasi finito). Nel frattempo il programma aveva cambiato sede. E quella volta risi a tutte le battute. O quasi.
Chi è Alejandro Dolina?
Musicista, scrittore, cantante e conduttore radiofonico, le notizie sulle sue origini sono tanto incerte quanto contraddittorie: pare comunque che sia nato nella provincia di Buenos Aires, ma che i suoi ricordi migliori siano legati a Caseros, dove trascorse un'infanzia felice. La musica ebbe una parte fondamentale nella sua vita: studiò bandonéon, piano, chitarra e naturalmente, a segnare l'inizio della sua relazione con la musica, è il tango. La sua grande sensibilità per qualsiasi forma d'arte lo ha portato a sperimentarne di diverse. Dopo aver lavorato nella televisione e come giornalista, ha deciso di dedicarsi interamente al programma La vendetta sarà terribile da lui condotto con Guillermo Stronati, Gabriel Rolón e Elizabeth Vernacci per due pubblici affezionati: quello che si sintonizza da ogni angolo d'Argentina e quello formato da più di duecento persone, che si riunisce per assistere dal vivo al programma. Le Cronache dell'Angelo Grigio, presentate alla Fiera del libro di Buenos Aires nel 1996 e prima opera narrativa dell'autore, sono state seguite dall'operetta Cosa mi è costato l'amore di Laura e dal Il libro del fantasma.
Su Dolina pesano alcuni luoghi comuni. Di lui si parla spesso e volentieri come di un "uomo di radio". Ma "la strategia più efficace dell'equivoco è la ripetizione", sostiene Jorge Dorio in una delle introduzioni al libro: "i suoi programmi, essenzialmente sostenuti dall'imprevedibile deriva del suo discorso, sono sempre stati più vicini al fenomeno teatrale, al concerto". La verità starebbe secondo Dorio nell'inversione di questa formula: "mentre Dolina finge di parlare per radio, sta in realtà facendo letteratura". Seguendo le tracce di Omero e Socrate, Alejandro Dolina cammina sul filo sottile che separa narrazione scritta e orale, arricchendo l'una attraverso l'altra. Udirlo o leggerlo sono la stessa cosa, e infatti le cronache libresche e le trasmissioni radio convergono in diversi punti, a partire dallo stile (con il sottile e raffinato humour) e dal linguaggio usato (colloquiale e gergale, i termini in lunfardo si sprecano), fino alle tematiche che, attraverso il recupero di leggende memorie e tradizioni, trasmettono importanti valori e rivelano la sua vera natura: quella di folklorista.
L'intervista che segue è stata realizzata nel luglio del 2001.
Ci metterei troppo. Riassumendo: un amico me ne parlò in Francia, nel 1998, e la prima volta che andai a Buenos Aires, assistetti al suo programma radio, La vendetta sarà terribile. Lo trasmettevano dal vivo dallo scantinato dello storico Cafè Tortoni. Non conoscevo la lingua, tutti ridevano alle battute e io fingevo di capire e di ridere. Ma non capivo niente. Due anni dopo, nel mezzo della crisi argentina, avevo imparato lo spagnolo, e tornai a intervistarlo, insieme alla mia amica Marialaura. Ancora non capivo benissimo i doppi sensi e i giochi di parole, ma tutto il resto lo capivo: ridevo, diciamo, al cinquanta per cento. Tre anni dopo, ci rincontrammo: io mi ero messa in testa di tradurre i suoi libri, volevo la sua approvazione. Me la diede. Peccato che non avessi un editore (e ancora non ce l'ho, se qualcuno è interessato, si faccia avanti, il lavoro è quasi finito). Nel frattempo il programma aveva cambiato sede. E quella volta risi a tutte le battute. O quasi.
Chi è Alejandro Dolina?
Musicista, scrittore, cantante e conduttore radiofonico, le notizie sulle sue origini sono tanto incerte quanto contraddittorie: pare comunque che sia nato nella provincia di Buenos Aires, ma che i suoi ricordi migliori siano legati a Caseros, dove trascorse un'infanzia felice. La musica ebbe una parte fondamentale nella sua vita: studiò bandonéon, piano, chitarra e naturalmente, a segnare l'inizio della sua relazione con la musica, è il tango. La sua grande sensibilità per qualsiasi forma d'arte lo ha portato a sperimentarne di diverse. Dopo aver lavorato nella televisione e come giornalista, ha deciso di dedicarsi interamente al programma La vendetta sarà terribile da lui condotto con Guillermo Stronati, Gabriel Rolón e Elizabeth Vernacci per due pubblici affezionati: quello che si sintonizza da ogni angolo d'Argentina e quello formato da più di duecento persone, che si riunisce per assistere dal vivo al programma. Le Cronache dell'Angelo Grigio, presentate alla Fiera del libro di Buenos Aires nel 1996 e prima opera narrativa dell'autore, sono state seguite dall'operetta Cosa mi è costato l'amore di Laura e dal Il libro del fantasma.
Su Dolina pesano alcuni luoghi comuni. Di lui si parla spesso e volentieri come di un "uomo di radio". Ma "la strategia più efficace dell'equivoco è la ripetizione", sostiene Jorge Dorio in una delle introduzioni al libro: "i suoi programmi, essenzialmente sostenuti dall'imprevedibile deriva del suo discorso, sono sempre stati più vicini al fenomeno teatrale, al concerto". La verità starebbe secondo Dorio nell'inversione di questa formula: "mentre Dolina finge di parlare per radio, sta in realtà facendo letteratura". Seguendo le tracce di Omero e Socrate, Alejandro Dolina cammina sul filo sottile che separa narrazione scritta e orale, arricchendo l'una attraverso l'altra. Udirlo o leggerlo sono la stessa cosa, e infatti le cronache libresche e le trasmissioni radio convergono in diversi punti, a partire dallo stile (con il sottile e raffinato humour) e dal linguaggio usato (colloquiale e gergale, i termini in lunfardo si sprecano), fino alle tematiche che, attraverso il recupero di leggende memorie e tradizioni, trasmettono importanti valori e rivelano la sua vera natura: quella di folklorista.
L'intervista che segue è stata realizzata nel luglio del 2001.
sabato 2 febbraio 2013
La dea è morta. Viva la dea!
Qualche tempo fa qualcuno mi aveva chiesto di leggere il racconto con cui mi sono classificata terza al concorso di Accaparlante. Eccolo.
La dea è morta. Viva la dea!
Without going out of my door
I can know all things on earth.
George Harrison, The inner light
Qui da voi io sarei stata un mostro. E invece sono una dea.
Io non so camminare, non me l’hanno ancora insegnato. Avevo quattro gambe, ma non potevo muoverle. E camminare poi non mi serviva perché, come vi ho già detto, sono una dea. Gli dei non hanno bisogno di camminare. Gli dei al massimo volano.
Sono nata in un piccolo villaggio dell’India, nel giorno di Diwali, in cui si festeggia la dea Lakshmi, figlia del mare e sorella della luna.
Mentre mia madre si contorceva dai dolori, fuori, le strade del mio villaggio, cinquecento anime sudice e affamate senza acqua corrente e senza elettricità, erano inondate di luci e di candele e fiori di loto, e tutti si scambiavano gli auguri, mangiando dolci e frutta, danzando e pregando davanti all’altare della dea. Erano felici, almeno una volta all’anno, nel mio villaggio.
Io sono spuntata a fatica tra le cosce di mia madre, e per la verità non so come hanno fatto a tirarmi fuori. Mi hanno guardato increduli: hanno contato e ricontato, quattro gambe e quattro braccia. Poi hanno gridato al miracolo. La dea Lakshmi si era reincarnata nel mio piccolo corpicino di mostro. Mi hanno dato il suo nome e subito tutti quanti, uomini, donne e bambini si sono precipitati a venerare la bambina mandata da dio.
Da quando sono nata, tutti gli anni, durante la festa delle luci, che dura cinque giorni, mi caricano su una lettiga e mi portano in giro a benedire le case. Ma i momenti difficili sono altri. Casa nostra è un continuo andirivieni di pellegrini. È faticoso essere una dea. Non puoi distrarti. I problemi di tutti sono i tuoi problemi. Non puoi sbagliare. E devi sempre dare consigli. Io, per dare consigli, guardo il colore del cielo, guardo le nuvole, il volo degli uccelli, le fronde degli alberi. È tutto quello che riesco a vedere dal letto della mia stanza.
Io non so camminare, ma imparerò, sono una dea. Me l’ha detto la dottoressa Patil. Quando è arrivata al villaggio, lei mi ha guardato con occhi diversi, e mi ha parlato del futuro. Non avevo mai pensato al futuro. Gli dei vivono in eterno. La dottoressa Patil ha detto che poteva aiutarmi a camminare, se avessi voluto. Per camminare bastano due gambe, ha detto, quattro sono troppe. Dobbiamo toglierne due. Anche quattro braccia, a cosa servono se non le puoi usare… La dottoressa Patil mi ha detto che con due gambe avrei potuto anche correre, correre significa camminare velocemente, serve ad andare lontano senza l’aiuto di nessuno. Io non mi ero mai mossa dal villaggio. Gli dei sono ovunque anche senza muoversi, ho detto alla dottoressa, a cosa mi serve camminare? Per andare dove? Lei allora ha detto una cosa, ha detto che due gambe, e due braccia, dovevamo toglierle, perché altrimenti in poco tempo sarei morta.
Gli dei non muoiono, dottoressa.
Ma i piccoli mostri sì, ha detto lei.
Ho detto va bene. Ho ucciso la dea.
© Lorenza Pozzi
La dea è morta. Viva la dea!
Without going out of my door
I can know all things on earth.
George Harrison, The inner light
Qui da voi io sarei stata un mostro. E invece sono una dea.
Io non so camminare, non me l’hanno ancora insegnato. Avevo quattro gambe, ma non potevo muoverle. E camminare poi non mi serviva perché, come vi ho già detto, sono una dea. Gli dei non hanno bisogno di camminare. Gli dei al massimo volano.
Sono nata in un piccolo villaggio dell’India, nel giorno di Diwali, in cui si festeggia la dea Lakshmi, figlia del mare e sorella della luna.
Mentre mia madre si contorceva dai dolori, fuori, le strade del mio villaggio, cinquecento anime sudice e affamate senza acqua corrente e senza elettricità, erano inondate di luci e di candele e fiori di loto, e tutti si scambiavano gli auguri, mangiando dolci e frutta, danzando e pregando davanti all’altare della dea. Erano felici, almeno una volta all’anno, nel mio villaggio.
Io sono spuntata a fatica tra le cosce di mia madre, e per la verità non so come hanno fatto a tirarmi fuori. Mi hanno guardato increduli: hanno contato e ricontato, quattro gambe e quattro braccia. Poi hanno gridato al miracolo. La dea Lakshmi si era reincarnata nel mio piccolo corpicino di mostro. Mi hanno dato il suo nome e subito tutti quanti, uomini, donne e bambini si sono precipitati a venerare la bambina mandata da dio.
Da quando sono nata, tutti gli anni, durante la festa delle luci, che dura cinque giorni, mi caricano su una lettiga e mi portano in giro a benedire le case. Ma i momenti difficili sono altri. Casa nostra è un continuo andirivieni di pellegrini. È faticoso essere una dea. Non puoi distrarti. I problemi di tutti sono i tuoi problemi. Non puoi sbagliare. E devi sempre dare consigli. Io, per dare consigli, guardo il colore del cielo, guardo le nuvole, il volo degli uccelli, le fronde degli alberi. È tutto quello che riesco a vedere dal letto della mia stanza.
Io non so camminare, ma imparerò, sono una dea. Me l’ha detto la dottoressa Patil. Quando è arrivata al villaggio, lei mi ha guardato con occhi diversi, e mi ha parlato del futuro. Non avevo mai pensato al futuro. Gli dei vivono in eterno. La dottoressa Patil ha detto che poteva aiutarmi a camminare, se avessi voluto. Per camminare bastano due gambe, ha detto, quattro sono troppe. Dobbiamo toglierne due. Anche quattro braccia, a cosa servono se non le puoi usare… La dottoressa Patil mi ha detto che con due gambe avrei potuto anche correre, correre significa camminare velocemente, serve ad andare lontano senza l’aiuto di nessuno. Io non mi ero mai mossa dal villaggio. Gli dei sono ovunque anche senza muoversi, ho detto alla dottoressa, a cosa mi serve camminare? Per andare dove? Lei allora ha detto una cosa, ha detto che due gambe, e due braccia, dovevamo toglierle, perché altrimenti in poco tempo sarei morta.
Gli dei non muoiono, dottoressa.
Ma i piccoli mostri sì, ha detto lei.
Ho detto va bene. Ho ucciso la dea.
© Lorenza Pozzi
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domenica 27 gennaio 2013
Ti porterò a Crema (è una promessa).
Ho già parlato della passione di Emma per i gelati (qui). Magrolina e piccoletta, nonché celiaca, lei si nutrirebbe solo di risotto giallo, nutella e gelati. Non di tutti i gelati. Per lei il vero gelato è quello alla panna, o alla crema. Gli altri sono solo possibilità da non considerare.
Così, mi sono accorta che da qualche tempo a questa parte, ogni volta che dico, in sua presenza, che devo andare a Crema (e ormai ci vado spesso, praticamente tutti i giorni), parte la raffica di domande e suppliche: «Zia, posso venire con te? Dai, posso venire con te?» come un mantra, che alla fine mi fa rispondere: «Non oggi, domani». Domani, ovvero nel futuro. «È una promessa» sentenzia lei. Certo, è una promessa. Finché non troverò la gelateria perfetta. Perché lei è convinta che Crema sia un gelato. Quindi, andare a Crema, può significare, credo, tuffarsi nel gelato, andare a fare scorpacciate di gelato. Non posso deluderla. Sarà il suo paese dei balocchi. Se qualcuno mi sa consigliare la migliore gelateria di Crema, che faccia anche gelato per celiaci, il domani potrà diventare oggi, e la promessa sarà mantenuta. Da una zia che nel gelato si tuffa tutti i giorni.
Così, mi sono accorta che da qualche tempo a questa parte, ogni volta che dico, in sua presenza, che devo andare a Crema (e ormai ci vado spesso, praticamente tutti i giorni), parte la raffica di domande e suppliche: «Zia, posso venire con te? Dai, posso venire con te?» come un mantra, che alla fine mi fa rispondere: «Non oggi, domani». Domani, ovvero nel futuro. «È una promessa» sentenzia lei. Certo, è una promessa. Finché non troverò la gelateria perfetta. Perché lei è convinta che Crema sia un gelato. Quindi, andare a Crema, può significare, credo, tuffarsi nel gelato, andare a fare scorpacciate di gelato. Non posso deluderla. Sarà il suo paese dei balocchi. Se qualcuno mi sa consigliare la migliore gelateria di Crema, che faccia anche gelato per celiaci, il domani potrà diventare oggi, e la promessa sarà mantenuta. Da una zia che nel gelato si tuffa tutti i giorni.
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sabato 19 gennaio 2013
Quando si scrive un libro è come essere dentro una delle Annunciazioni di Maria
Un'altra vecchia intervista.
Abbiamo incontrato Stefano Benni il 10 giugno 2001. Reduce dalla sua ultima fatica, Saltatempo, da molti definito il suo capolavoro, ci ha parlato dei magici e quotidiani elementi che concorrono alla creazione di un'opera artistiica.
Quando hai capito che saresti diventato uno scrittore?
Quando una persona di cui avevo molta stima, Grazia Cerchi, ha letto un mio libro e ha detto: "Ci siamo, lupo". Il libro era Comici Spaventati Guerrieri. Da solo non riuscivo a convincermi, quando lei ha detto "ci siamo" mi sono illuminato, ho preso una gran sbronza di vernaccia (ero in Sardegna) e mi sono sentito scrittore. Dopo, poi, nessuno è più riuscito a convincermi del contrario.
Piccolo ritratto di Grazia Cherchi...
Grazia Cherchi era una signora molto minuta con una faccia bellissima un po' da sarda un po' da india amazzonica, molto caustica con quelli che non amava, molto dolce con quelli che amava, molto rispettata anche dai suoi nemici, che magari le scrivevano delle perfidie però quando la vedevano abbassavano gli occhi… e poi era una persona che leggeva tantissimo, aveva una grande passione per i libri. Aveva scelto di non scrivere lei in prima persona, le sarebbe piaciuto perché aveva, come tutti noi, una sua vanità ma, invece ha preferito aiutare degli scrittori giovani a crescere, a diventare scrittori maturi e l'ha fatto con tanti. Lo faceva con dolcezza ma spietatamente, criticando molto, non era affatto remissiva, non accettava tutto, ma incoraggiava a migliorare, dedicava a questo lavoro moltissimo tempo. Avrebbe sicuramente potuto guadagnare di più facendo la critica accademica, ma era troppo indipendente e troppo poco premiaiola e ipocrita.
Era anche una persona con una grande ironia, e si vedeva nei suoi scritti, però aveva una fiducia illimitata, quasi ingenua, nella possibilità della gente di crescere e questa era la sua dote più bella. A volte prendeva a mano degli scrittori che avevano un talento molto grezzo, sui quali si capiva che c'era da lavorare molto, però accettava questa sfida, esattamente il contrario di quello che fa l'editoria. L'editoria pubblica subito il libro del giornalista o del cretino televisivo, dell'improvvisato sociologo, un libro che già si vende -si vendicchia- subito (perché poi in realtà alla fine i libri che durano sono altri). Se l'editore vede un libro che è appena un po' sghembo, un po' strano dove c'è "da metterci le mani" spesso rinuncia, magari preferisce un libro subito riconoscibile, nel senso che è copiato da un modello: adesso vanno i gialli, tutti sfornano e pubblicano gialli. Lei affrontava degli scrittori magmatici -i miei all'inizio erano probabilmente libri con molti difetti di abbondanza- e poi ti aiutava, non riscriveva una riga, però ti spronava, ti faceva capire che dovevi faticare di più: ecco in questo era assolutamente anomala nel panorama dell'editoria, in questo suo cercare sempre delle sfide difficili. Io non ero una sfida facile all'inizio perché ero uno scrittore, credo, con un certo talento ma pieno di deviazioni, ridondante, pieno di dubbi e tutte le volte che scrivo un libro è come se sentissi la sua voce che mi prende in giro, che mi ammonisce. Grazia Cherchi era questo.
Una ricetta per scrivere un buon libro
Si prendano 2000-2500 libri da una biblioteca e li si leggano uno dopo l'altro con calma. Quando li si sono assimilati e bene amalgamati li si metta da parte in qualche ripostiglio neuronico. Poi si guardi per uno-due giorni la televisione; tutto quello che si vede in televisione, misero, ripetitivo, finto "popolare" lo si lasci da parte, il libro è geneticamente altro. Poi ci vuole una considerevole dose di fantasia e per quella basta andare in giro la notte, leggere, viaggiare, innamorarsi spesso o almeno pensare di essere innamorati. Gli alcolici e le droghe a qualcuno servono, ad altri no. Infine ci vuole una grande fatica, una ricerca tecnica quasi ossessiva e quella la si impara col tempo. Quando si scrive un libro è come essere dentro una delle Annunciazioni di Maria, quei quadri bellissimi del Quattrocento italiano. In questi quadri Maria ha quasi sempre un libro in mano e questo è molto bello; adesso avrebbe un telecomando ma ha un libro, quindi sta aspettando la notizia, sta aspettando l'ispirazione, sta aspettando il suo destino. Entra un angelo, entra l'estro, entra l'ispirazione: l'angelo, che ha delle bellissime ali "araldiche", direbbe il mio amico Cavazzoni, belle ali versicolori, è un bell'angelone e le dà la notizia che Maria è stata prescelta. Quindi è come se l'estro e l'ispirazione ti dicessero: "tu scrittore sei stato prescelto: ecco a te tante meravigliose visioni e idee per il libro". Ma se si guarda bene in tutte queste annunciazioni, appena un po' in secondo piano, c'è San Giuseppe che con la pialla, con la sega, lavora e mantiene la famiglia. Questo allora è il lavoro che si fa per arrivare a un libro: ci vuole l'angelone con le ali, ci vuole l'estro, l'ispirazione, la grande o piccola notizia che viene dal mondo delle grandi letture e delle idee; però poi se non c'è un San Giuseppe artigiano che ci dà di pialla, di sega e di bulino e faticosamente traduce questa visione in "condivisione", non si va avanti. Quindi accettate l'annuncio dell'angelo, siate pazienti come San Giuseppe e come ogni scrittore siate un po' come la Madonna: pensate di avere un grande, unico destino. Per qualcuno il destino sarà di vincere il Campiello, io non lo ritengo un grande destino, per altri di fare libri che durano, per altri di arrivare da Maurizio Costanzo, per altri magari di fare un bellissimo libro che tutti ignoreranno. Il destino sarà diverso: alcuni saranno fortunati, altri sfortunati, alcuni avranno una fortuna immeritata (Grisham) altri avranno meno fortuna di quanto meritano (Vonnegut) e la casistica è varia. Comunque cercate di mettervi al centro di questo quadro.
Il segreto della scrittura
La scrittura ha tanti segreti. In ogni libro c'è un segreto. È un segreto che tiene insieme in modo misterioso l'immaginazione dello scrittore e quella del lettore. Guai a pensare che in un libro ci sia solo l'immaginazione dello scrittore e dall'altra parte ci sia un recipiente vuoto che l'accoglie, che è il lettore. Il lettore va incontro con la sua immaginazione a quella dello scrittore e trasforma il libro. Per fare un esempio, tutti noi abbiamo letto Moby Dick però se io chiedo alle persone di un seminario qual'è la loro pagina preferita di Moby Dick, qual è il piccolo particolare, la pagina che le ha più colpite, la frase, la parola, tutti rispondono diversamente. Questo cosa vuole dire? Che Moby Dick è diventato diverso nell'immaginazione di ognuno. Questo è uno dei segreti della scrittura. Tutti partecipiamo all'aleph, al mondo dello stesso libro, ma il libro è diverso per ognuno di noi. Diventa diverso come? Ad esempio nella rilettura. Il complimento più grande che puoi fare a uno scrittore non è "ti ho letto" ma "ti ho riletto", "ti ho letto due o tre volte" "ho trovato delle nuove cose nel tuo libro" "il tuo libro si è trasformato, è cambiato a ogni rilettura". Perché? Perché appunto il mondo dell'immaginazione ha questa capacità palingenetica, di ricrearsi ogni volta e questo crea la durata del segreto. Un libro può anche restare lì: lo rileggiamo trent'anni dopo e diventa una cosa nuova; questo non accade con la televisione. Riguardo a questo segreto ti racconto un aneddoto. C'era un attore, Lawrence Olivier (questo è un segreto che vale per la scrittura dei libri ma anche per la drammaturgia) che interpretava una commedia in Inghilterra. In Inghilterra le commedie possono restare in cartellone anche quattro-cinque anni, non come in Italia che hanno vite piuttosto brevi. Olivier recitava in questa commedia da molti anni, e naturalmente ogni sera faceva la stessa parte. Com'era questa parte? Nel primo atto lui era un ricco lord inglese, cui andava tutto bene: aveva una bella casa, dei bei cani, una bella moglie, in ordine di importanza per un lord inglese. Aveva molti amici, molti soldi da spendere: era proprio baciato dalla sorte. Nel secondo tempo accadeva il disastro; io non ricordo il titolo della commedia, comunque tutto andava in rovina, il lord faceva bancarotta, la moglie lo lasciava, gli amici si allontanavano, i cani prendevano il cimurro, insomma il lord perdeva tutto, diventava alcolizzato e moriva orrendamente triste, solo e abbandonato nel castello pignorato, impiccato (pignorato il castello impiccato Lawrence Olivier). Una sera venne in camerino uno spettatore e gli chiese: "Sir, come fa lei che nel primo tempo è così pieno di gioia, esplosivo, felice, a recitare così solarmente quando sa benissimo che nel secondo tempo le succederanno quelle cose tristissime?". E Lawrence Olivier rispose: "ma io nel primo tempo non so cosa succederà nel secondo tempo". Lawrence Olivier raccontava così il mistero dell'immaginazione, rivendicava questa capacità dell'immaginazione artistica di rinnovarsi. Ti faccio un secondo esempio. Tu prendi in mano un racconto, I delitti della Via Morgue di Edgar Allan Poe. Se leggi il sorprendente finale (che l'assassino è un orango), in teoria, una volta che tu conosci il segreto di questo racconto non dovresti avere voglia di rileggerlo. Io lo rileggo ancora spesso e tutte le volte ho come la paura che possa finire in un modo diverso, perché Poe che non è un giallista precotto come quelli di oggi, crea una tensione tale che ti tiene sospeso ogni volta, crea quell'esitazione che secondo Todorov è proprio uno dei caratteri del fantastico. Fino all'ultimo momento tu esiti e non sai se ti trovi proprio in un mondo letterario che ben conosci, oppure magari in uno strano mondo intermedio tra lettura e realtà dove i libri possono cambiare il finale. Poi c'è un terzo esempio della vita quotidiana. Io sono babbo di un bimbo di 12 anni e c'è una cosa che detesto nei miei colleghi babbi, quando vanno al cinema. Normalmente i film per bambini sono tutti uguali: fino a 10 minuti dalla fine sembra che vadano a finir male; il bambino in quel momento è molto spaventato, molto teso, molto impaurito e allora il papà cretino gli dice -lo sentii dire veramente da un papà- "ma perché sei spaventato, perché sei così agitato?! Tanto va a finire bene!". Un babbo così è da impiccare per i piedi. Allora possiamo anche dire: lasciamo perdere tutto, non facciamo leggere ai ragazzini Moby Dick e Madame Bovary che vanno a finir male, e lasciamo stare tutte le storie che finiscono bene, non leggiamo più la Divina Commedia che in fondo finisce bene, perché poi Dante esce a riveder le stelle. Il bambino rivendicava giustamente il suo diritto a tenere bene aperte tutte le porte dell'immaginazione e quindi a tenersi la sua paura, la sua esitazione, a dire "io mi voglio godere tutto il mistero di questa storia. Lo so bene che normalmente i film per bambini finiscono bene, però io voglio fino all'ultimo tenermi questa tensione, questa emergenza dell'immaginazione". Non togliete ai bambini questa grandissima curiositè, questa capacità di perdersi nella varietà meravigliosa del mondo dell'immaginazione. Non mettete i sondaggi anche nell'immaginazione, i sondaggi che dicono che l'89% dei film per bambini normalmente finiscono bene… ma anche su questo ci sarebbe da discutere perché Walt Disney era uno dei più grandi e allegri sadici della storia dell'umanità, chissà poi se i suoi film finiscono "bene" ma qui ci vorrebbe un'altra ora di intervista e io sono stanco.
Facciamo un salto indietro: gli animali di Comici Spaventati Guerrieri
Gli animali perché l'uomo è un animale anche se travestito con pelo e pelli di altri animali, e amo gli animali antropoformizzati, amo molto i cartoni animati. Nei cartoni animati c'è un'onnipotenza plastica, per cui tutto può diventare tutto. Un'anarchia totale e scatenata.
Ti chiamano Lupo…
Perché quando ero piccolo ero molto selvatico e mi chiamavano così… o forse perché giravo da solo di notte per la campagna, coi miei cani. Avevo meno paura sotto la luna a che in una casa buia. La mia fantasia è nata a lume di candela.
Perché nei tuoi libri protagonisti sono sempre dei bambini?
I bambini sono degli eroi dell'immaginazione. Buoni o cattivi, ma eroici.
Ti senti più Babonzo, Ebenezer o Lucioleone?
Questa è una domanda che presuppone una grande conoscenza del mondo benniano. Il Babonzo è un animale fantastico. Mi identifico nel Babonzo perché il Babonzo nasce grande e muore piccolo piccolo, scompare, non si trova più e io da bambino ero molto serioso e adulto, più cresco e più divento cinno - parola dialettale emiliana che significa bimbo, cioè rimbambisco, rimbambinisco e penso che a settant'anni più o meno tornerò a fare stregainalto, che era un bellissimo gioco che si faceva per strada. In Ebenezer mi identifico perché sono ancora innamorato di Carmilla la diavolessa e in Lucioleone mi riconosco, in certe sue tristezze, nella ricerca della dignità, nel fatto che ha un grande rispetto per la memoria e una grande riconoscenza per gli amici che l'hanno aiutato.
La tua paura più grande
Di diventare come certa gente che vedo in giro. Di diventare come le peggiori persone che conosco… anche morire non mi piace molto come idea però insomma ci sono cose forse peggiori di morire. Finire dentro lo spirito di questi tempi, diventare servo: questo sì mi spaventa. Io dovrei esserne immune, ma non si sa mai…
Saltatempo è autobiografico?
Assolutamente no. E' pieno di cose che conosco bene. Possibile che di ogni libro che è scritto in prima persona si debba dire che è autobiografico?
Cinque libri che vale la pena di leggere
Cinque libri per cui vale la pena di vivere, di leggere? Allora: i libri francesi, inglesi, i libri italiani, giapponesi e i libri di tutte le altre parti del mondo: fregata.
Un quadro dell'editoria italiana
L'editoria italiana è una delle migliori in Europa, non è peggiore delle altre. Basterebbe trasformare la Mondadori in un formaggificio. Resa utile la Mondadori si ha un quadro dell'editoria italiana abbastanza equilibrato: piccole case editrici coraggiose, buone case editrici, come la Feltrinelli, l'Adelphi, che fanno buoni libri, con molte tentazioni e scivoloni commerciali. La cosa brutta è questa: l'adorazione di questi hamburger di guano che sono degli scrittori americani mediocrissimi, che arrivano, conquistano grandi fette di mercato, superpublicizzati e poi magari non si conoscono scrittori americani come Vonnegut. Però non è che in Europa ci siano editorie migliori… forse l'editoria scandinava è meglio ma la francese no di certo.
Un quadro della politica italiana
Non dico un quadro di Bacon perché Bacon era un grande pittore… L'Urlo di Munch, idem. Forse si potrebbe usare un poster di Berlusconi. È lì che è finita la politica italiana, senza più polis, cos'è? Una poteritica, un'azienditica… lasciam stare la parola polis… non c'è più città, convivenza civile, è come stare in un'azienda ma cambierà, oh sì cambierà… un giorno l'aeroplanino di Berlusconi partirà per le isole Cayman e la storia ci dirà che cos'era: un piccolo gangster mafiosetto e depresso. Io ho fiducia nella storia, avevo 7 in storia al Liceo e avevo anche una professoressa che non era male… un po' in carne ma con una sua grazia angelica. Credo di amarla ancora.
intervista di Lorenza Pozzi per associazione culturale Adelante!
Abbiamo incontrato Stefano Benni il 10 giugno 2001. Reduce dalla sua ultima fatica, Saltatempo, da molti definito il suo capolavoro, ci ha parlato dei magici e quotidiani elementi che concorrono alla creazione di un'opera artistiica.
Quando hai capito che saresti diventato uno scrittore?
Quando una persona di cui avevo molta stima, Grazia Cerchi, ha letto un mio libro e ha detto: "Ci siamo, lupo". Il libro era Comici Spaventati Guerrieri. Da solo non riuscivo a convincermi, quando lei ha detto "ci siamo" mi sono illuminato, ho preso una gran sbronza di vernaccia (ero in Sardegna) e mi sono sentito scrittore. Dopo, poi, nessuno è più riuscito a convincermi del contrario.
Piccolo ritratto di Grazia Cherchi...
Grazia Cherchi era una signora molto minuta con una faccia bellissima un po' da sarda un po' da india amazzonica, molto caustica con quelli che non amava, molto dolce con quelli che amava, molto rispettata anche dai suoi nemici, che magari le scrivevano delle perfidie però quando la vedevano abbassavano gli occhi… e poi era una persona che leggeva tantissimo, aveva una grande passione per i libri. Aveva scelto di non scrivere lei in prima persona, le sarebbe piaciuto perché aveva, come tutti noi, una sua vanità ma, invece ha preferito aiutare degli scrittori giovani a crescere, a diventare scrittori maturi e l'ha fatto con tanti. Lo faceva con dolcezza ma spietatamente, criticando molto, non era affatto remissiva, non accettava tutto, ma incoraggiava a migliorare, dedicava a questo lavoro moltissimo tempo. Avrebbe sicuramente potuto guadagnare di più facendo la critica accademica, ma era troppo indipendente e troppo poco premiaiola e ipocrita.
Era anche una persona con una grande ironia, e si vedeva nei suoi scritti, però aveva una fiducia illimitata, quasi ingenua, nella possibilità della gente di crescere e questa era la sua dote più bella. A volte prendeva a mano degli scrittori che avevano un talento molto grezzo, sui quali si capiva che c'era da lavorare molto, però accettava questa sfida, esattamente il contrario di quello che fa l'editoria. L'editoria pubblica subito il libro del giornalista o del cretino televisivo, dell'improvvisato sociologo, un libro che già si vende -si vendicchia- subito (perché poi in realtà alla fine i libri che durano sono altri). Se l'editore vede un libro che è appena un po' sghembo, un po' strano dove c'è "da metterci le mani" spesso rinuncia, magari preferisce un libro subito riconoscibile, nel senso che è copiato da un modello: adesso vanno i gialli, tutti sfornano e pubblicano gialli. Lei affrontava degli scrittori magmatici -i miei all'inizio erano probabilmente libri con molti difetti di abbondanza- e poi ti aiutava, non riscriveva una riga, però ti spronava, ti faceva capire che dovevi faticare di più: ecco in questo era assolutamente anomala nel panorama dell'editoria, in questo suo cercare sempre delle sfide difficili. Io non ero una sfida facile all'inizio perché ero uno scrittore, credo, con un certo talento ma pieno di deviazioni, ridondante, pieno di dubbi e tutte le volte che scrivo un libro è come se sentissi la sua voce che mi prende in giro, che mi ammonisce. Grazia Cherchi era questo.
Una ricetta per scrivere un buon libro
Si prendano 2000-2500 libri da una biblioteca e li si leggano uno dopo l'altro con calma. Quando li si sono assimilati e bene amalgamati li si metta da parte in qualche ripostiglio neuronico. Poi si guardi per uno-due giorni la televisione; tutto quello che si vede in televisione, misero, ripetitivo, finto "popolare" lo si lasci da parte, il libro è geneticamente altro. Poi ci vuole una considerevole dose di fantasia e per quella basta andare in giro la notte, leggere, viaggiare, innamorarsi spesso o almeno pensare di essere innamorati. Gli alcolici e le droghe a qualcuno servono, ad altri no. Infine ci vuole una grande fatica, una ricerca tecnica quasi ossessiva e quella la si impara col tempo. Quando si scrive un libro è come essere dentro una delle Annunciazioni di Maria, quei quadri bellissimi del Quattrocento italiano. In questi quadri Maria ha quasi sempre un libro in mano e questo è molto bello; adesso avrebbe un telecomando ma ha un libro, quindi sta aspettando la notizia, sta aspettando l'ispirazione, sta aspettando il suo destino. Entra un angelo, entra l'estro, entra l'ispirazione: l'angelo, che ha delle bellissime ali "araldiche", direbbe il mio amico Cavazzoni, belle ali versicolori, è un bell'angelone e le dà la notizia che Maria è stata prescelta. Quindi è come se l'estro e l'ispirazione ti dicessero: "tu scrittore sei stato prescelto: ecco a te tante meravigliose visioni e idee per il libro". Ma se si guarda bene in tutte queste annunciazioni, appena un po' in secondo piano, c'è San Giuseppe che con la pialla, con la sega, lavora e mantiene la famiglia. Questo allora è il lavoro che si fa per arrivare a un libro: ci vuole l'angelone con le ali, ci vuole l'estro, l'ispirazione, la grande o piccola notizia che viene dal mondo delle grandi letture e delle idee; però poi se non c'è un San Giuseppe artigiano che ci dà di pialla, di sega e di bulino e faticosamente traduce questa visione in "condivisione", non si va avanti. Quindi accettate l'annuncio dell'angelo, siate pazienti come San Giuseppe e come ogni scrittore siate un po' come la Madonna: pensate di avere un grande, unico destino. Per qualcuno il destino sarà di vincere il Campiello, io non lo ritengo un grande destino, per altri di fare libri che durano, per altri di arrivare da Maurizio Costanzo, per altri magari di fare un bellissimo libro che tutti ignoreranno. Il destino sarà diverso: alcuni saranno fortunati, altri sfortunati, alcuni avranno una fortuna immeritata (Grisham) altri avranno meno fortuna di quanto meritano (Vonnegut) e la casistica è varia. Comunque cercate di mettervi al centro di questo quadro.
Il segreto della scrittura
La scrittura ha tanti segreti. In ogni libro c'è un segreto. È un segreto che tiene insieme in modo misterioso l'immaginazione dello scrittore e quella del lettore. Guai a pensare che in un libro ci sia solo l'immaginazione dello scrittore e dall'altra parte ci sia un recipiente vuoto che l'accoglie, che è il lettore. Il lettore va incontro con la sua immaginazione a quella dello scrittore e trasforma il libro. Per fare un esempio, tutti noi abbiamo letto Moby Dick però se io chiedo alle persone di un seminario qual'è la loro pagina preferita di Moby Dick, qual è il piccolo particolare, la pagina che le ha più colpite, la frase, la parola, tutti rispondono diversamente. Questo cosa vuole dire? Che Moby Dick è diventato diverso nell'immaginazione di ognuno. Questo è uno dei segreti della scrittura. Tutti partecipiamo all'aleph, al mondo dello stesso libro, ma il libro è diverso per ognuno di noi. Diventa diverso come? Ad esempio nella rilettura. Il complimento più grande che puoi fare a uno scrittore non è "ti ho letto" ma "ti ho riletto", "ti ho letto due o tre volte" "ho trovato delle nuove cose nel tuo libro" "il tuo libro si è trasformato, è cambiato a ogni rilettura". Perché? Perché appunto il mondo dell'immaginazione ha questa capacità palingenetica, di ricrearsi ogni volta e questo crea la durata del segreto. Un libro può anche restare lì: lo rileggiamo trent'anni dopo e diventa una cosa nuova; questo non accade con la televisione. Riguardo a questo segreto ti racconto un aneddoto. C'era un attore, Lawrence Olivier (questo è un segreto che vale per la scrittura dei libri ma anche per la drammaturgia) che interpretava una commedia in Inghilterra. In Inghilterra le commedie possono restare in cartellone anche quattro-cinque anni, non come in Italia che hanno vite piuttosto brevi. Olivier recitava in questa commedia da molti anni, e naturalmente ogni sera faceva la stessa parte. Com'era questa parte? Nel primo atto lui era un ricco lord inglese, cui andava tutto bene: aveva una bella casa, dei bei cani, una bella moglie, in ordine di importanza per un lord inglese. Aveva molti amici, molti soldi da spendere: era proprio baciato dalla sorte. Nel secondo tempo accadeva il disastro; io non ricordo il titolo della commedia, comunque tutto andava in rovina, il lord faceva bancarotta, la moglie lo lasciava, gli amici si allontanavano, i cani prendevano il cimurro, insomma il lord perdeva tutto, diventava alcolizzato e moriva orrendamente triste, solo e abbandonato nel castello pignorato, impiccato (pignorato il castello impiccato Lawrence Olivier). Una sera venne in camerino uno spettatore e gli chiese: "Sir, come fa lei che nel primo tempo è così pieno di gioia, esplosivo, felice, a recitare così solarmente quando sa benissimo che nel secondo tempo le succederanno quelle cose tristissime?". E Lawrence Olivier rispose: "ma io nel primo tempo non so cosa succederà nel secondo tempo". Lawrence Olivier raccontava così il mistero dell'immaginazione, rivendicava questa capacità dell'immaginazione artistica di rinnovarsi. Ti faccio un secondo esempio. Tu prendi in mano un racconto, I delitti della Via Morgue di Edgar Allan Poe. Se leggi il sorprendente finale (che l'assassino è un orango), in teoria, una volta che tu conosci il segreto di questo racconto non dovresti avere voglia di rileggerlo. Io lo rileggo ancora spesso e tutte le volte ho come la paura che possa finire in un modo diverso, perché Poe che non è un giallista precotto come quelli di oggi, crea una tensione tale che ti tiene sospeso ogni volta, crea quell'esitazione che secondo Todorov è proprio uno dei caratteri del fantastico. Fino all'ultimo momento tu esiti e non sai se ti trovi proprio in un mondo letterario che ben conosci, oppure magari in uno strano mondo intermedio tra lettura e realtà dove i libri possono cambiare il finale. Poi c'è un terzo esempio della vita quotidiana. Io sono babbo di un bimbo di 12 anni e c'è una cosa che detesto nei miei colleghi babbi, quando vanno al cinema. Normalmente i film per bambini sono tutti uguali: fino a 10 minuti dalla fine sembra che vadano a finir male; il bambino in quel momento è molto spaventato, molto teso, molto impaurito e allora il papà cretino gli dice -lo sentii dire veramente da un papà- "ma perché sei spaventato, perché sei così agitato?! Tanto va a finire bene!". Un babbo così è da impiccare per i piedi. Allora possiamo anche dire: lasciamo perdere tutto, non facciamo leggere ai ragazzini Moby Dick e Madame Bovary che vanno a finir male, e lasciamo stare tutte le storie che finiscono bene, non leggiamo più la Divina Commedia che in fondo finisce bene, perché poi Dante esce a riveder le stelle. Il bambino rivendicava giustamente il suo diritto a tenere bene aperte tutte le porte dell'immaginazione e quindi a tenersi la sua paura, la sua esitazione, a dire "io mi voglio godere tutto il mistero di questa storia. Lo so bene che normalmente i film per bambini finiscono bene, però io voglio fino all'ultimo tenermi questa tensione, questa emergenza dell'immaginazione". Non togliete ai bambini questa grandissima curiositè, questa capacità di perdersi nella varietà meravigliosa del mondo dell'immaginazione. Non mettete i sondaggi anche nell'immaginazione, i sondaggi che dicono che l'89% dei film per bambini normalmente finiscono bene… ma anche su questo ci sarebbe da discutere perché Walt Disney era uno dei più grandi e allegri sadici della storia dell'umanità, chissà poi se i suoi film finiscono "bene" ma qui ci vorrebbe un'altra ora di intervista e io sono stanco.
Facciamo un salto indietro: gli animali di Comici Spaventati Guerrieri
Gli animali perché l'uomo è un animale anche se travestito con pelo e pelli di altri animali, e amo gli animali antropoformizzati, amo molto i cartoni animati. Nei cartoni animati c'è un'onnipotenza plastica, per cui tutto può diventare tutto. Un'anarchia totale e scatenata.
Ti chiamano Lupo…
Perché quando ero piccolo ero molto selvatico e mi chiamavano così… o forse perché giravo da solo di notte per la campagna, coi miei cani. Avevo meno paura sotto la luna a che in una casa buia. La mia fantasia è nata a lume di candela.
Perché nei tuoi libri protagonisti sono sempre dei bambini?
I bambini sono degli eroi dell'immaginazione. Buoni o cattivi, ma eroici.
Ti senti più Babonzo, Ebenezer o Lucioleone?
Questa è una domanda che presuppone una grande conoscenza del mondo benniano. Il Babonzo è un animale fantastico. Mi identifico nel Babonzo perché il Babonzo nasce grande e muore piccolo piccolo, scompare, non si trova più e io da bambino ero molto serioso e adulto, più cresco e più divento cinno - parola dialettale emiliana che significa bimbo, cioè rimbambisco, rimbambinisco e penso che a settant'anni più o meno tornerò a fare stregainalto, che era un bellissimo gioco che si faceva per strada. In Ebenezer mi identifico perché sono ancora innamorato di Carmilla la diavolessa e in Lucioleone mi riconosco, in certe sue tristezze, nella ricerca della dignità, nel fatto che ha un grande rispetto per la memoria e una grande riconoscenza per gli amici che l'hanno aiutato.
La tua paura più grande
Di diventare come certa gente che vedo in giro. Di diventare come le peggiori persone che conosco… anche morire non mi piace molto come idea però insomma ci sono cose forse peggiori di morire. Finire dentro lo spirito di questi tempi, diventare servo: questo sì mi spaventa. Io dovrei esserne immune, ma non si sa mai…
Saltatempo è autobiografico?
Assolutamente no. E' pieno di cose che conosco bene. Possibile che di ogni libro che è scritto in prima persona si debba dire che è autobiografico?
Cinque libri che vale la pena di leggere
Cinque libri per cui vale la pena di vivere, di leggere? Allora: i libri francesi, inglesi, i libri italiani, giapponesi e i libri di tutte le altre parti del mondo: fregata.
Un quadro dell'editoria italiana
L'editoria italiana è una delle migliori in Europa, non è peggiore delle altre. Basterebbe trasformare la Mondadori in un formaggificio. Resa utile la Mondadori si ha un quadro dell'editoria italiana abbastanza equilibrato: piccole case editrici coraggiose, buone case editrici, come la Feltrinelli, l'Adelphi, che fanno buoni libri, con molte tentazioni e scivoloni commerciali. La cosa brutta è questa: l'adorazione di questi hamburger di guano che sono degli scrittori americani mediocrissimi, che arrivano, conquistano grandi fette di mercato, superpublicizzati e poi magari non si conoscono scrittori americani come Vonnegut. Però non è che in Europa ci siano editorie migliori… forse l'editoria scandinava è meglio ma la francese no di certo.
Un quadro della politica italiana
Non dico un quadro di Bacon perché Bacon era un grande pittore… L'Urlo di Munch, idem. Forse si potrebbe usare un poster di Berlusconi. È lì che è finita la politica italiana, senza più polis, cos'è? Una poteritica, un'azienditica… lasciam stare la parola polis… non c'è più città, convivenza civile, è come stare in un'azienda ma cambierà, oh sì cambierà… un giorno l'aeroplanino di Berlusconi partirà per le isole Cayman e la storia ci dirà che cos'era: un piccolo gangster mafiosetto e depresso. Io ho fiducia nella storia, avevo 7 in storia al Liceo e avevo anche una professoressa che non era male… un po' in carne ma con una sua grazia angelica. Credo di amarla ancora.
intervista di Lorenza Pozzi per associazione culturale Adelante!
mercoledì 2 gennaio 2013
Né Primo né Secondo né Terzo Mondo. Dante Silva, pittore argentino.
Ho sempre pensato che la forma dell'intervista abbia grandi benefici sia sull'intervistato che sull'intervistante. Intervistare qualcuno significa incontrarlo, stabilire un contatto attraverso il corpo, la voce; significa trascorrere del tempo insieme, per conoscerlo e conoscersi meglio. Cenare insieme, parlare, stare in silenzio. Un'intervista è fatta di domande e di risposte, e di domande che a volte non hanno risposta.
Ho pensato di ripubblicarne alcune qui, perché non vadano perse.
Ho intervistato il pittore Dante Silva a Buenos Aires nel mese di agosto 2001, a casa sua. Lo conoscevo già da un paio d'anni, mi mise in contatto con lui sua sorella Fanny, che abita a Lodi, la prima volta che andai in Argentina nel 1999. Nel 2003 per la rassegna Terra di fuoco dell'associazione Adelante! organizzammo una mostra di sue opere a Casalpusterlengo, insieme a quadri dell'artista Guido Boletti. Fu lui che mi parlò, per primo, della crisi che dopo pochi mesi avrebbe travolto l'Argentina.
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Incontri
martedì 1 gennaio 2013
venerdì 28 dicembre 2012
Le storie sono fra tutte le cose le più selvagge
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| illustrazione di Jim Kay |
(...) Le storie sono creature selvagge e indomite, continuò il mostro. Quando le liberi, chi può sapere quali sconvolgimenti potranno compiere?
Patrick Ness e Siobhan Dowd, Sette minuti dopo la mezzanotte
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L'ho letto in un libro,
Scrivere
martedì 27 novembre 2012
Tanti auguri (gluten free) scricciolina!
Ho deciso che quest'anno le regaleremo i mitici chiodini, sperando che le piacciano, per restituirle un po' di allegria e di colore con cui ha innaffiato le nostre vite in questi tre anni e perché sappiamo che scatenerà la sua immaginazione, sperando che nel frattempo Bianca non li scambi per caramelle.
E magari anche un set di tazzine per fare il tè, rigorosamente di plastica, visto che la zia inesperta l'anno scorso ha scelto le tazzine in ceramica di Barbapapà che dopo neanche un mese erano tutte in frantumi. Ha ancora molto da imparare, la zia.
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Album di famiglia
lunedì 26 novembre 2012
Le ragazze vogliono solo divertirsi (è quello che vogliono davvero).
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| foto di Walter Breveglieri |
Da allora, salto direttamente al 2011, in una tequileria di Città del Messico, ma non ricordo in quell'occasione che canzoni ascoltammo (e pensare che è passato solo un anno!). Eravamo concentrati sull'atto di scegliere più che sulla scelta. Siamo così abituati a far andare random migliaia di canzoni sull'iPod, che il fatto di avere una scelta limitata, e di esprimere in quella scelta il meglio di noi stessi, ci sembrava un bel divertimento. Del resto, le ragazze vogliono solo divertirsi. Sono passati quasi trent'anni ma non è cambiato niente.
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Amarcord
domenica 25 novembre 2012
Woman is the nigger of the world.
Oggi è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Ecco, volevo solo dire questo. Ascoltate John e questa meravigliosa canzone.
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Io devo
sabato 24 novembre 2012
giovedì 22 novembre 2012
Ciò che seduce è ciò che contiene un grande mistero.
Ieri, ho sentito dire, per l'ennesima volta, peraltro da persona colta e intelligente, che il verbo sedurre, che deriva dal latino seducere, significherebbe, letteralmente, "condurre a sé". Non è vero, ma in quel momento non ho avuto il coraggio di smentire il mio interlocutore per non far fare una figura barbina a lui e non passare io per saputella.
Una decina di anni fa, per l'esame di Filosofia del linguaggio, mi sono ritrovata a scrivere una "tesina" sulla parola seduzione. Ed ecco qualche riga di quella tesina, tanto per mettere i puntini sulle I. Se poi volete leggerla tutta, chiedetemela, e ve la mando via mail.
Diciamo subito che in latino il verbo seduco, is, duxi, ductum, ere non significa, appunto, come potrebbe sembrare a prima vista, "condurre a sé", ma deriva da se(d)- ("a parte", "via") e ducere ("condurre"), e quindi significa "condurre in disparte, separare, dividere": "sviare". Solo nel latino tardo, in particolare in quello ecclesiastico, il termine passa a indicare l'azione del "sedurre, corrompere" o, più in generale, "indurre altri all'errore o alla colpa", riferita il più delle volte al demonio, che è detto spesso "il seduttore". La sua opera per indurre al male, è qualificata come seduzione: viene detta seduzione l'azione per indurre all'idolatria e all'impurità. Per la religione rappresenta quindi la strategia del demonio. Sedurre nel significato di "circuire una donna" e "attrarre, avvincere" è il fr. séduire (1538 nella prima accezione, 1698 nella seconda); seduzione nel significato di "fascino, malìa" è il fr. séduction (1734). La parola seduzione è dunque andata incontro, nel corso dei secoli, a una serie di slittamenti semantici.
Una decina di anni fa, per l'esame di Filosofia del linguaggio, mi sono ritrovata a scrivere una "tesina" sulla parola seduzione. Ed ecco qualche riga di quella tesina, tanto per mettere i puntini sulle I. Se poi volete leggerla tutta, chiedetemela, e ve la mando via mail.
Diciamo subito che in latino il verbo seduco, is, duxi, ductum, ere non significa, appunto, come potrebbe sembrare a prima vista, "condurre a sé", ma deriva da se(d)- ("a parte", "via") e ducere ("condurre"), e quindi significa "condurre in disparte, separare, dividere": "sviare". Solo nel latino tardo, in particolare in quello ecclesiastico, il termine passa a indicare l'azione del "sedurre, corrompere" o, più in generale, "indurre altri all'errore o alla colpa", riferita il più delle volte al demonio, che è detto spesso "il seduttore". La sua opera per indurre al male, è qualificata come seduzione: viene detta seduzione l'azione per indurre all'idolatria e all'impurità. Per la religione rappresenta quindi la strategia del demonio. Sedurre nel significato di "circuire una donna" e "attrarre, avvincere" è il fr. séduire (1538 nella prima accezione, 1698 nella seconda); seduzione nel significato di "fascino, malìa" è il fr. séduction (1734). La parola seduzione è dunque andata incontro, nel corso dei secoli, a una serie di slittamenti semantici.
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Traduttore traditore
mercoledì 21 novembre 2012
L'uovo nero.
Ed ecco la fiaba di Luigi Capuana che ha ispirato il nome della casa editrice.
L'uovo nero
di Luigi Capuana
C'era una volta una vecchia che campava di elemosina, e tutto quello che buscava, lo divideva esattamente: metà lei, metà la sua gallina.
Ogni giorno, all'alba, la gallina si metteva a schiamazzare; avea fatto l'uovo. La vecchia lo vendeva un soldo, e si comprava un soldo di pane. La crosta la sminuzzava a quella, la midolla se la mangiava lei: poi andava attorno per l'elemosina.
Ma venne una mal'annata. Un giorno la vecchina tornò a casa senza nulla.
- Ah, gallettina mia! Oggi resteremo a gozzo vuoto.
- Pazienza ci vuole! Mangeremo domani.
Il giorno appresso, sul far dell'alba, la gallina si mise a schiamazzare. Invece d'un uovo, ne aveva fatti due, uno bianco e l'altro nero.
La vecchia andò fuori per venderli. Quello bianco lo vendé subito; quello nero, nessuno voleva credere che fosse uovo di gallina. La vecchina comprò il solito soldo di pane, e tornò a casa:
- Ah, gallinetta mia! L'uovo nero non lo vuol nessuno.
L'uovo nero
di Luigi Capuana
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| elaborazione di Peppo Bianchessi |
Ogni giorno, all'alba, la gallina si metteva a schiamazzare; avea fatto l'uovo. La vecchia lo vendeva un soldo, e si comprava un soldo di pane. La crosta la sminuzzava a quella, la midolla se la mangiava lei: poi andava attorno per l'elemosina.
Ma venne una mal'annata. Un giorno la vecchina tornò a casa senza nulla.
- Ah, gallettina mia! Oggi resteremo a gozzo vuoto.
- Pazienza ci vuole! Mangeremo domani.
Il giorno appresso, sul far dell'alba, la gallina si mise a schiamazzare. Invece d'un uovo, ne aveva fatti due, uno bianco e l'altro nero.
La vecchia andò fuori per venderli. Quello bianco lo vendé subito; quello nero, nessuno voleva credere che fosse uovo di gallina. La vecchina comprò il solito soldo di pane, e tornò a casa:
- Ah, gallinetta mia! L'uovo nero non lo vuol nessuno.
martedì 20 novembre 2012
Ti fidi di me?
Non ho ancora trovato il mio parrucchiere di fiducia. Ho il mio pasticcere di fiducia, il mio pneumologo di fiducia, il mio erborista di fiducia. Il dentista di fiducia. Ma il parrucchiere no. C'è sempre un piccolo dettaglio che rovina tutto. Certo, come nei grandi amori, bisognerebbe scendere a compromessi: la perfezione non esiste. Bisognerebbe chiudere un occhio sui piccoli difetti per apprezzare i grandi pregi, perché c'è qualcosa in quel grande amore di cui non si può proprio fare a meno. E allora sarà che non mi sono ancora innamorata. Non ho ancora trovato "il parrucchiere della mia vita". Ho solo rapporti occasionali, preferisco mantenere le distanze. Mi infastidisco quando mi lavano i capelli in modo esageratamente energico. Mi infastidisco quando chiedo una piega "mossa" e mi fanno i boccoli. Quando chiedo di fare i capelli di un colore più chiaro, e mi fanno i riflessi rossi. E poi c'è chi ti fa pagare troppo. A volte con l'inganno. Così dopo due tre di questi "piccoli" sbagli, io cambio. Alla fine, gira e rigira sono sempre gli stessi, i saloni che frequento: è come avere quattro-cinque amanti e stare un po' con uno un po' con l'altro. Quando torno, dopo un po' di mesi, dico di esser stata in giro per altre città e loro mi perdonano sempre.
domenica 18 novembre 2012
E mi è scivolato il Natale in bocca.
Già da qualche giorno nei supermercati sono arrivati i prodotti natalizi (e manca più di un mese). Oggi non ho resistito: ho comprato un pandoro, il primo della stagione. So che tra un mese non vorrò più neanche vederlo, lui e il suo amico panettone, ma oggi avevo bisogno di tenere in bocca quella nuvola soffice e burrosa sbuffettata di zucchero a velo. E mi è scivolato il Natale in bocca. Perché il primo morso non è un morso qualsiasi, è un insieme di ricordi, di freddo, di neve, di colori, di fuoco e caminetto, di candele, di sapori che si mescolano, di noci e frutta candita, di brodo e torroncini, e di tutto quello che è il nostro Natale. Che per me è la somma di tutti i Natali che ho vissuto. Qualche anno fa ho avuto la possibilità di vivere il Natale nell'altro emisfero, ero in Argentina. Confesso, non ce l'ho fatta. Il 24 dicembre sono scappata dal Natale in maglietta per venire a rifugiarmi nell'abbraccio dell'orso. Forse avevo solo paura di perdermi un pezzo della mia storia.
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